Così mangiavamo nel 1928

Roma 1928. Neanche cento anni fa ma sembrano passati secoli se pensiamo alla differenze di vita e di abitudini rispetto ai nostri giorni. La prima guerra mondiale era finita da una decina d’anni – davvero pochi – e le famiglie cercavano di risollevarsi da una situazione complicata. Si mangiava spesso in casa e per la spesa si faceva riferimento, oltre che ai mercati rionali, anche e soprattutto alle botteghe alimentari dove trovare cibi di qualità, prelibatezze e conforto. I supermercati erano ancora ben lontani dal fare la loro comparsa in massa e il punto di riferimento erano le botteghe. È proprio nel 1928 che apre Ercoli in via Montello, nel quartiere Prati, in una sede che si è mantenuta stabile e di grande successo negli anni tanto da essere tutt’oggi molto apprezzata ed aver allargato gli orizzonti aprendo anche un punto vendita ai Parioli.

Le cucine degli anni Venti

Da Ercoli troviamo gustose specialità provenienti da aziende e piccoli produttori selezionati nel mondo per offrire solo cibo e vino dal gusto eccellente. Le possibilità e la scelta a cui possiamo accedere oggi sono infinite. Ma come si mangiava invece negli anni Venti? Com’erano le cucine nelle case delle persone? In questi anni si cominciò a diffondere nelle abitazioni la cucina economica con il forno e gli sportelli in ghisa per poter preparare pasti con più facilità ma non esistevano il frigorifero e il freezer ad impedire che gli alimenti si deteriorassero. Per cui la spesa veniva fatta ogni giorno e soprattutto alimenti come il latte andavano ricomprati quotidianamente. Questo imponeva sicuramente un tipo di cucina più attenta agli sprechi rispetto alla nostra e per molti versi anche più genuina considerando l’assenza di cibi confezionati e surgelati.

A tavola nel 1928

Immaginiamoci un pranzo o una cena nel 1928, anno dell’apertura di Ercoli. Cosa avremmo trovato in tavola? Prima di tutto vale pena di ricordare che vari regimi alimentari (ad esempio quello vegetariano, vegano o senza glutine, a cui in molti fanno riferimento oggi) o la cucina gourmet dei ristoranti erano totalmente assenti. La struttura dei pasti dipendeva molto dalle possibilità economiche, il divario sociale era infatti molto accentuato. Avremmo perciò potuto trovare in tavola minestre, brodi e zuppe, ad esempio di patate, piselli, fagioli e legumi vari. Oppure cereali, riso, polenta, pane, latte, formaggi, salumi.

La pasta veniva naturalmente consumata anche se non tanto quanto oggi. Veniva infatti realizzata in casa e stesa a mano. Un bel piatto di spaghetti alla carbonara o la pasta con il burro erano comunque primi piatti già diffusi. Dove possibile si consumavano anche pesce e carne, ad esempio arrosti e stufati o, in alternativa, ci si rifaceva a una cucina di recupero che utilizzava il “quinto quarto”, cioè interiora, frattaglie e in generale le parti meno nobili dell’animale. La pajata, tipicamente romana, viene realizzata con l’intestino del vitellino da latte o del bue. Il dessert a fine pasto era una rarità ed era costituito da frutta di stagione oppure fichi secchi, uvetta e castagne. La domenica, giorno di festa, venivano talvolta preparate anche delle torte più elaborate.

Oggi possiamo contare su possibilità enogastronomiche varie e di alto livello, possiamo scegliere prodotti di nicchia in base alla loro provenienza e composizione delle materie prime. Ma siamo orgogliosi di poterci riallacciare ad una storia che affonda le sue radici negli Anni ’20 del secolo scorso.

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